Taxi Driver (1976) - analisi musicale di M. Ungaro


Taxi Driver è un film del 1976 diretto da Martin Scorsese e scritto da Paul Schrader, vincitore della Palma d'oro al 29º Festival di Cannes.


Considerato da molti uno dei più importanti e controversi film del cinema statunitense, è stato acclamato per le sue scene di forte impatto e per il suo ruvido realismo. È stato spesso definito un film esistenzialista, sia per lo stile narrativo sia per l'ispirazione che Schrader e Scorsese hanno tratto dai romanzi di Dostoevskij e da letture di Sartre e Camus. Il film ha reso celebri entrambi i suoi attori protagonisti, Robert De Niro e Jodie Foster, quest'ultima solo tredicenne.

L'autore della colonna sonora è il celebre Bernard Herrmann (1911-1975), ebreo di origini russe, ha studiato alla Juilliard School of Music, noto per la sua collaborazione con Alfred Hitchcock (in particolare per Psyco). Fu la sua ultima composizione: Herrmann morì prima che il film uscisse nelle sale. Taxi Driver è dedicato alla sua memoria.

Anche la musica è asciutta, ruvida, scura, con qualche sprazzo jazzistico lento e amorevole. In tutti i momenti in cui De Niro lavora o semplicemente si muove, in macchina o meno, si sente una musica cadenzata, con archi pizzicati gravi, percussioni ostinate, mentre scorrono alcuni piani sequenza delle “creature della notte”, ladri, prostitute, protettori, derelitti; è un inno alla sensualità invece il tema d’amore, dedicato alla bella bionda Betsy, con accompagnamento lento jazzistico della miglior tradizione e sax tematico, musica che accompagna tutte le scene dove figura lei e anche quando non figura, ma lui sta lavorando col pensiero di lei, quindi non ci stupiamo se sta guidando e la città non è più sonorizzata per creature della notte ma con il tema d’amore.

Il tema jazzistico torna ma con solista la tromba sordinata, durante il primo fortuito incontro con la giovanissima Foster, costretta a prostituirsi.

Emblematica la musica di commento quando De Niro cammina per la città e deve incontrare Betsy: praticamente si tratta del tema d’amore ma per diminuzione, ovvero a valori larghi, con solo una punteggiatura accordale con vibrafono a maglie larghe che ce la ricorda, mentre sotto l’accompagnamento è quello della notte, del disturbo psichico, del male sotteso che darà inevitabilmente i suoi frutti. Possiamo già prevedere, semplicemente sentendo, che questa relazione è destinata a fallire, perché il mondo della notte e dei problemi del protagonista mal si può accomdare al mondo patinato e ipocrita di Betsy. Ma per ora ci pensa una chasse claire suonata dal vivo per strada a lenire la tensione e a distogliere l’attenzione sonora.

Trovo interessante che mentre i due entrano al cinema (e lei ne uscirà subito dopo perché non gradisce i film porno) si sente un flautino che suona solitario in lontananza una melodia non ben identificata, semplice, forse a simboleggiare la purezza di Betsy che è uscita col ragazzo sbagliato.

Ascoltiamo ancora il tema d’amore quando il protagonista termina la telefonata alla donna, ma quando è rifiutato per l’ultima volta al lavoro da lei, si allontana e il tema ha solo dei relitti del tema d’amore, pur mantenendo la sua cadenza. Senza soluzione di continuità, il tema si modifica dall’interno, come fosse una figura di Escher, e trona a cadenzarsi e a prendere tutte le caratteristiche timbriche del tema notturno, inquieto, scuro, problematico.

Durante la scena della vendita delle pistole, il regista preferisce farci sentire i rumori delle armi, il click del grilletto, il tamburo che rotola liscio, come se ne potessimo percepire in quel modo le differenze tra le varie tipologie di pistole: trovo inequivocabile la scelta rumoristica, soprattutto perchè sentiamo, come in una sorta di accompagnamento, le grida di gioia e le risate dei bambini, proprio per darci acusticamente lo scollamento tra ciò che succede tra i due uomini nella stanza e il mondo esterno inconsapevole, in qualche modo innocente; mentre De Niro punta un’arma per provarne la maneggevolezza, si sente un suono di carillon, di quei motivetti infantili che a volte si sentono negli orologio d’altri tempi, con accordi lievi all’organo che sostengono la melodia.

Il tema delle creature notturne si fa violento, implacabile, durissimo: il protagonista, dopo la fine della sua relazione mai iniziata davvero con Betsy, si ritrova solo, e i suoi problemi, le sue fissazioni, diventano assillanti, un tarlo che lo logora dall’interno. La musica, durante le scene in cui si allena a casa, in cui spara al poligono, mentre torna nel cinema a luci rosse, sono tutte sonorizzate con tappeto scuro di ottoni ghignanti, ritmiche più veloci, trombe sordinate che gridano in acuto, violoncelli e soprattutto contrabbassi con note forti, lunghe, si sente il crine vibrare cordoso, rendendo davvero esplicito  ciò che passa nella testa del protagonista.

Vorrei far notare che dopo che Travis (De Niro) lascia la giovane prostituta (interpretata dalla Foster tranne nella parte in cui slaccia i pantaloni all’uomo riluttante, scena girata dalla sorella della Foster, di 19 anni) lui le fa un ultima carezza e parte il tema d’amore, nella sua versione più dolce; non facciamo in tempo a vedere Travis che chiude la porta della stanza, che su quel movimento udiamo un tam tam, un gong giapponese vibrante e cupo che ci riporta nella mente contorta del protagonista. Non è un amore vero evidentemente, ma un atto di carità verso una ragazzina sfruttata in un mondo ipocrita.

Il tema d’amore annega immediatamente nel tema della notte, in cui si materializza Joe Spinelli, in un celebre cameo (aveva lavorato nel Padrino), nel corridoio del pianerottolo, al buio. Non appena Spinelli scompare nell’ombra, il sound notturno si dissolve, neanche fosse nebbia sonora.

Il tema iniziale, che forse farei meglio a definire lungo signal, entrato nell’immaginario collettivo, che troveremo nelle parti più drammatiche del film (tra cui il finale grondante di sangue, e uno degli allenamenti al poligono, verso la fine, quando ormai Trevis è irrimediabilmente in balia di se stesso) molto deve a quello notturno per la scelta timbrica, è però corredata di glissandi d’arpa ad una certa distanza, mentre imperversano ottoni e percussioni (piatti sospesi) nel registro gravissimo e strilli di tromba sordinata, rauchi e devastanti; la musica accompagna tutta la scena successiva, mentre Travis si prepara per l’attentato: si intercala suturato il tema d’amore quando Travis imbusta una lettera e dei soldi per la sua giovane amica.

La scena finale del flm è un capitolo, anche musicale, indelebile nella storia del cinema statunitense.

Trevis (il suo moicano è solo una protesi con crini di cavallo) fa una strage nell’appartamento della giovane prostituta Iris (la Foster dodicenne) e a fare la parte del leone nella colonna sonora è la serie dei rumori di scena, gli spari, le grida, lo sgomento, lo sforzo, il sangue, il pianto. Il silenzio della morte. 

Mi fa riflettere l’uso dell’arpa, anche se per dare una risposta certa bisognerebbe chiedere al compositore. Ho pensato che l’arpa è strumento a mio modesto avviso positivo, anche nei glissandi rapidi, uno slancio vitale..Eppure qui si lancia nella tragedia, nel sangue che fiotta ovunque, nel dolore e nella rabbia interiori che sfociano nel massacro.

Entra il tema notturno, nella sua versione che chiamerò per comodità tema del sangue:

glissandi d’arpa ad una certa distanza, mentre imperversano ottoni e percussioni (piatti sospesi) nel registro gravissimo e strilli di tromba sordinata, rauchi e devastanti

Tutto ciò di cui appena sopra entra sul volto sgomento del poliziotto che giunge con cautela nell’appartamento. La scena che gli si propina davanti è una pozza di sangue, grondante come la mano di Trevis che con l’indice si punta alla testa una pistola composta con le sue stesse dita e imita il suono dello sparo che ci arriva come un sospiro rauco gravido di rabbia e soddisfazione.

La musica non si interrompe e accompagna come una marcia funebre metropolitana (con rintocchi di timpani a distanza di quinta) l’arrivo della polizia e il formarsi di capannelli di sgomento, della gente comune.

Risentiamo il tema d’amore, mentre comprendiamo dalle riprese di fogli di giornale e dalla voce narrante che tutto si è risolto per il meglio, Iris sta bene, è tornata in famiglia, studia e Trevis è una specie di eroe del popolo metropolitano.

Lo ritroviamo in silenzio finalmente che gira in macchina per la città: sale a bordo Betsy, lo capiamo dal tema d’amore jazz, che accompagnerà il loro addio, l’ultimo sguardo di De Niro dallo specchietto retrovisore, e che ascoleteremo durante i titoli di coda.